UNO SGUARDO PIÙ DETTAGLIATO AL MONDO OPEN SOURCE: storia, benefici e sostenibilità economica

(Fonte: Pixabay)

Vi sarà ormai chiaro che noi di Openography siamo affezionati agli argomenti della fotografia e dell’Open Source. Quello che facciamo è addentrarci in quel mondo che non è altro che il risultato dell’intrecciarsi dell’arte fotografica e del software a codice aperto, due realtà che all’apparenza sono diverse ma che, come abbiamo visto, hanno molto da condividere.

Ma qual è la filosofia Open Source? Cosa la lega alla fotografia?

Per dare una risposta a queste domande, e capire fino in fondo lo spirito che porta avanti il nostro blog, è bene scavare a fondo e scoprire qualcosa in più su come questo movimento è nato e del modo in cui è riuscito, e riesce, a portare avanti i suoi ideali.

L’universo informatico dell’open source è formato da sistemi operativi e programmi di ogni genere, ma soprattutto da moltissimi utenti, nonché sostenitori e utilizzatori. Infatti, al contrario di quanto possano pensare i meno esperti, non stiamo parlando di una sorta di nicchia piccola e isolata, riservata solo ai più nerd, anzi! Gli sviluppatori della community del codice aperto sono riusciti a farsi sentire e ad arrivare dritti al cuore, e al computer, di una quantità straordinaria di persone in tutto il mondo.

Questo grande successo, realizzato soprattutto grazie alla voglia degli utilizzatori di collaborare e condividere le proprie conoscenze personali e le proprie capacità, ha portato anche a un’estensione del concetto di open source, che arriva ad essere applicato ai settori più impensati, come (per l’appunto) la nostra tanto amata fotografia.

1. Alcune definizioni importanti

Prima di conoscere l’evoluzione storica dell’Open Source è bene fare chiarezza su alcuni concetti di base di grande importanza.

Cos’è l’Open Source?

Il termine open source, si traduce dall’inglese con “sorgente aperta”. Nel mondo dell’informatica queste parole vengono usate per riferirsi ad un software con la peculiare caratteristica di avere il codice sorgente, appunto, “aperto”. Questo significa che chiunque può visualizzare l’insieme delle istruzioni e degli algoritmi, scritti nei vari linguaggi di programmazione oggi conosciuti, che permettono al programma di funzionare. Avendo quindi libero accesso, qualunque sviluppatore può modificarne il funzionamento, piuttosto che correggerne eventuali errori o apportare delle espansioni nuove.
In questo modo un software open source può essere migliorato e continuare a ricevere supporto anche nei casi in cui la casa sviluppatrice decida di accantonarlo.
Tutto ciò è possibile attraverso l’applicazione di determinate licenze d’uso e ad una visione di collaborazione collettiva e condivisione della conoscenza, per dare la possibilità a tutti di accedere liberamente ai software e ai contenuti messi a disposizione.

Open Source e Free Software (vs. Freeware)

Spesso vicino al termine open source troviamo quello di software libero (o free software). Nonostante queste due espressioni vengano spesso interscambiate e considerate come sinonimi, la realtà è che sono due concetti che presentano delle diversità tra loro. Mentre open source è inteso in riferimento, soprattutto, alle libertà sul codice sorgente di un’opera, software libero invece descrive queste libertà in modo più generale (e considera un prerequisito che il codice di un software sia consultabile e modificabile).
Possiamo dire che esse siano espressione di due filosofie diverse, anche se legate da molti punti in comune, all’interno dello stesso universo.

In particolare, la corrente del Free Software, rappresentata dalla Free Software Foundation, mette in luce il concetto di libertà degli utenti. Questi ultimi possono eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software, senza grosse limitazioni. Il termine “open source”, sostenuto dall’Open Source Initiative, è invece maggiormente interessata ad evidenziare gli aspetti economici, tecnici e innovativi del software a codice aperto.

Inoltre, è importante chiarire un ulteriore distinzione riguardante l’aspetto della gratuità. Quest’ultima non è una caratteristica fondamentale del software libero o open source, come spesso si crede, e non va quindi confuso con il software freeware: esso è sì gratuito, ma non necessariamente è “libero”! Con il termine freeware ci si riferisce infatti a software distribuiti senza richiedere alcun tipo di pagamento, ma allo stesso tempo anche senza permettere la visibilità del codice sorgente. Di conseguenza non permette la creazione di versioni modificate né tanto meno la loro ridistribuzione.
“Software libero” non vuol dire “non-commerciale”. Un programma libero deve essere disponibile per uso commerciale, sviluppo commerciale e distribuzione commerciale.

“Free software” means software that respects users’ freedom and community. Roughly, it means that the users have the freedom to run, copy, distribute, study, change and improve the software. Thus, “free software” is a matter of liberty, not price. To understand the concept, you should think of “free” as in “free speech,” not as in “free beer”. We sometimes call it “libre software,” borrowing the French or Spanish word for “free” as in freedom, to show we do not mean the software is gratis. 

— The Free Software Foundation

2. La storia dell’Open Source

Le origini

Quello dell’Open Source non è un fenomeno nuovo, ma possiamo addirittura farlo risalire alle origini della scienza informatica. La distribuzione libera del software con il suo codice sorgente e la condivisione di conoscenze e modifiche, in riferimento ai programmi, erano comunissime fin dagli anni ’60. Agli albori erano pochissimi i computer messi sul mercato ed erano caratterizzati da hardware non compatibili tra di loro. Ognuno di essi, di conseguenza, aveva un software con cui costituiva un tutt’uno. Quindi, i maggiori produttori del tempo vendevano i loro componenti hardware a prezzi elevatissimi corredati da programmi software specifici, in quanto in quegli anni non era possibile trasportarli da un calcolatore all’altro e non era ancora stato imposto nessuno standard. Date queste limitazioni, il software non aveva alcun valore commerciale di rilievo e veniva distribuito con il codice sorgente visibile, in modo tale che chiunque lo utilizzasse potesse modificarlo e condividere eventualmente dei miglioramenti dello stesso. Quindi si potrebbe asserire che nei primi anni della nascita dell’informatica esistesse solamente software libero.

Si può assistere ad una prima diffusione del software proprietario soltanto a partire dalla metà degli anni ’70, quando il sempre più grande sviluppo del settore tecnologico portò all’affermazione dei primi standard nelle piattaforme hardware, cosa che fece abbassare notevolmente i costi. Inoltre, il codice iniziò a diventare più compatibile con i vari componenti hardware dei diversi produttori, grazie alla diffusione di compilatori e di interpreti del codice sorgente.

Quindi il software non aveva più il semplice ruolo di componente aggiuntivo abbinato all’hardware, ma diventò così un vero e proprio prodotto commerciale. Si passò da un codice sorgente aperto a tutti, ad una closed source non più visibile a chiunque.

Il movimento del free software e la Free Software Foundation

Nonostante questi grandi cambiamenti, negli ambienti accademici non si spense il concetto di condivisione aperta del codice. La convinzione era quella che lo sharing delle idee fosse un vantaggio per tutti, soprattutto per la ricerca e per il miglioramento delle conoscenze a disposizione dell’umanità.
Nasceva così il movimento del Free Software, in reazione alle politiche di chiusura e segretezza adottate dalle aziende produttrici di software. In questo modo si cercava di tenere in vita quelle credenze etiche, filosofiche e tecnologiche che avevano permesso lo sviluppo di numerose innovazioni e la diffusione di una cultura tecnica comune a molti programmatori.

All’inizio degli anni ’80 fu il programmatore Richard Stallman, ai tempi studente del laboratorio di intelligenza artificiale del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che cominciò a dare voce a questa filosofia, dichiarandosi contrariato alla commercializzazione del software e pronunciandosi a favore di un ritorno alle origini.
Nel 1983 egli fondò la Free Software Foundation (FSF), un’organizzazione no-profit per lo sviluppo, la promozione e la divulgazione del software libero in tutte le aree informatiche.

L’anno seguente, nel 1984, diede inizio ad un progetto denominato GNU, un sistema operativo ispirato a Unix (sistema operativo portabile per computer inizialmente sviluppato da un gruppo di ricerca dei laboratori AT&T) e acronimo di “GNU is Not Unix”. L’obbiettivo era quello di fare in modo che nessuno avesse più dovuto pagare per il software, in quanto Stallman era convinto che la conoscenza alla base di un programma eseguibile (ovvero il codice sorgente) dovesse essere gratuita e se così non fosse stato, il mondo dell’informatica sarebbe stato dominato da una cerchia ristretta di uomini potenti.

Dove i vari produttori vedevano un’industria che custodiva i propri segreti commerciali, l’informatico vedeva invece una conoscenza scientifica da spargere e divulgare. Il principio del progetto GNU e della FSF risiedeva nella convinzione che il codice sorgente fosse un elemento fondamentale per il progresso dell’informatica e che la sua distribuzione gratuita fosse realmente necessaria al fine di portare avanti l’innovazione tecnologica.

Logo GNU

Oltre a tutto questo, Stallman e la sua fondazione si occuparono anche di altri aspetti, come della reazione del mondo davanti alla distribuzione free del software. Fu subito chiaro che rendendo il codice di pubblico dominio molte aziende sarebbero state tentate di utilizzare il codice al fine di ricavarne un personale profitto. Per questo motivo fu sviluppata una licenza in grado di tutelare il software prodotto, garantendo che il codice, ed ogni suo utilizzo, rimanesse sempre libero. Questa licenza prese il nome di GNU General Public License (GNU-GPL) ed è il tipo di licenza più diffusa ancora oggi. Essa afferma che è possibile copiare e ridistribuire il software con licenza GPL a piacimento a patto che non si impedisca ad altri di fare lo stesso, né tanto meno facendo pagare il software o limitandolo attraverso ulteriori licenze.

Per saperne di più sulle licenze Open Source leggi l’approfondimento di Margo, Ad ogni software la sua licenza.

Fu proprio sotto la GPL che nel 1991 prese vita quello che può essere definito il primo reale progetto Open Source, ovvero il sistema operativo libero GNU/Linux. Tutto questo fu possibile solamente grazie a Linus Torvalds, all’epoca uno studente finlandese al secondo anno di informatica presso l’Università di Helsinki. Fu proprio lui che diede la svolta al panorama del software libero in tutto il mondo.

Logo Linux

Linux rappresenta il progetto di maggior complessità e diffusione, in questo contesto, e può esserne considerato in pratica il rappresentante ufficiale.
Fondamentale fu la diffusione massiva di internet nei primi anni ’90, prima in ambito accademico e poi sempre più anche tra semplici privati, grazie anche alla nascita del protocollo HTTP e dei primi browser. Ma soprattutto Linux deve il suo grande successo sicuramente al grandissimo numero di volontari e programmatori che hanno contribuito al suo sviluppo e che tutt’ora continuano a dargli il loro prezioso supporto.

Talk is cheap. Show me the code

— Linus Torvalds

La nascita dell’Open Source e la Open Source Initiative

Nel corso degli anni ’80 e ’90 il software libero ebbe una forte crescita, ma ancora non aveva avuto successo nel mondo del business e nelle aziende, che anzi vedevano di malocchio le idee a cui si rifaceva il movimento del free software. Questa controversia però avveniva per un problema che possiamo definire di “misunderstanding”. Infatti, in inglese alla parola free possono essere attribuititi due diversi significati. Il termine può esse tradotto sia come “gratis”, ma anche come “libero”.

Il termine free veniva associato a dei prodotti gratuiti, ma considerati allo stesso tempo di bassa qualità (in quanto gratuito in ambito economico è collegato alla inferiore qualità di un bene). Per cui, pur non essendo assolutamente questa la realtà dei fatti, il software libero non si adattava affatto bene al contesto aziendale.
Così, nella primavera del 1997, alcuni leader della comunità del Free Software, tra i quali Bruce Perence, Eric Raymond e Tim O’Reilly, si riunirono in California per trovare una soluzione a questo problema. Il loro obbiettivo era quello di trovare un modo per promuovere le idee legate alla distribuzione gratuita del software presso tutti quelli che avevano rifiutato il concetto (le aziende in particolar modo).
Con forte insistenza di Raymond, il gruppo concordò che fosse utile una campagna di marketing finalizzata non solo a conquistare il mercato, ma soprattutto le menti.
Questa discussione portò alla nascita di un nuovo termine per descrivere i software che stavano promuovendo, ossia “Open Source”. In questo modo si cercava di favorire la diffusione delle licenze libere anche nel mondo degli affari, tanto che nel 1998 diedero vita al consorzio Open Source Initiative (OSI) per promuovere il nuovo nome coniato.

Ben presto fu palese che la definizione di Open Source avesse qualche differenza rispetto al mondo del software libero in generale. Venivano “sminuite” le questioni etiche e filosofiche osannate dal concetto del software libero, accessibile a tutti e che non poneva restrizioni d’uso delle opere altrui. L’Open Source invece cercava di dare a questo contesto un’immagine più commerciale, con l’intento di renderla idonea alle logiche del mercato.

Open source is a development methodology; free software is a social movement.
— Richard Stallman

Nonostante questa diversità di visioni abbia portato a dei contrasti, allo stesso tempo ci sono stati grandi risultati favorevoli. Infatti, a partire dal 1998 fino ad oggi, tantissime aziende e grandi multinazionali hanno aperto le braccia al mondo dell’Open Source. Uno degli esempi più importanti è Mozilla Firefox, nato dal rilascio del codice sorgente, sotto licenza OS, del browser Netscape da parte di America Online (AOL).

Il movimento del Software Libero e quello dell’Open Source hanno entrambi proseguito sui loro percorsi ed ognuno ha seguito i rispettivi ideali. Nonostante questo non hanno però rinunciato al confronto e alla collaborazione. La Free Software Foundation di Stallman rimane ancora fortemente attaccata ai suoi saldi principi di libertà informatica, ma insieme all’Open Source Initiative collabora al fine di raggiungere l’obiettivo comune di diffondere il più possibile il software libero e l’uso di licenze compatibili.

Oggi si sta promuovendo l’uso di FLOSS, acronimo di “Free/Libre Open Source Software”, con lo scopo di rendere parte di un’unica definizione ogni tipo di software open source o free, per evitare il meno possibile i conflitti etici e morali derivati dall’uso delle diverse terminologie.

3. I vantaggi dell’utente “libero”

Abbiamo visto come al centro delle idee di open source e di free software ci sia la libertà. Senza dubbio il maggiore beneficiario di questa caratteristica è l’utente. Per la precisione, in questo contesto si fa riferimento a quattro libertà fondamentali di cui esso gode.

Libertà di eseguire il programma come si desidera, per qualsiasi scopo (libertà 0).

Questo significa che non sono ammesse discriminazioni di alcun tipo sulla nazionalità, confessione religiosa, età, genere o posizione politica dell’utente. La libertà di usare un programma significa libertà per qualsiasi tipo di persona e/o organizzazione di utilizzarlo, su qualsiasi tipo di sistema informatico, per qualsiasi tipo di attività e senza dover comunicare obbligatoriamente con lo sviluppatore o con altre entità specifiche. Si mette al centro lo scopo dell’utente e si sottolinea il fatto che egli non abbia limitazioni e divieti nell’utilizzare un software di questo genere.

Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

Questa è la libertà di utilizzare una versione modificata personalmente anziché l’originale. Il software deve permettere all’utente la sua modifica per rispondere ai propri bisogni individuali. L’utente deve avere la possibilità di correggere gli errori, aggiungere o togliere alcune funzioni, personalizzarlo e studiarlo per capire il suo funzionamento. Per poter fare tutto questo il prerequisito fondamentale è che il codice sorgente sia visibile.

N.B. Un importante modo di modificare un programma è quello di includere delle funzioni e dei moduli liberi che già esistono. Se invece la licenza del programma prevede che non si possa fare, ad esempio se richiede che si possa aggiungere solo codice di cui detenete il copyright, allora è una licenza che ha già troppe restrizioni e non può essere considerata libera. Inoltre, la stessa cosa vale per quanto riguarda le modifiche: se i propri diritti di apportare una modifica ad un programma sono limitati a delle variazioni che qualcun’altro ha decretato come miglioramenti, quel programma non è da considerarsi libero.

Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2).

Deve essere possibile ridistribuire copie del software che si possiede, che esso sia stato acquistato oppure copiato da terzi. La stessa cosa vale nel caso in cui siano state apportate modifiche, poiché anche le versioni “migliorate” possono essere ridistribuite, anzi a maggior ragione questo dovrebbe essere fatto per consentire a chiunque (e ovunque) di godere di questa conoscenza condivisa. Essere liberi di fare queste cose significa che non bisogna chiedere o pagare alcun permesso.

Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

Sempre con il prerequisito dell’accessibilità del codice sorgente, molto più gestibile del codice binario (ovvero il linguaggio macchina), si specifica quanto sia importante avere la libertà di fare modifiche e usarle privatamente senza doverlo dire a nessuno. Se si avesse la volontà di pubblicare le modifiche eseguite personalmente, non si è obbligati a comunicarlo a nessuno in particolare.

Nello specifico, quest’ultimo punto comprende la libertà di usare e rilasciare le versioni modificate come software libero. Una licenza libera può anche permettere altri modi di distribuzione: non c’è l’obbligo che si tratti di una licenza con copyleft. Tuttavia, se una licenza impone che le versioni modificate non siano libere, non si può categorizzare come licenza libera. La libertà di ridistribuire copie deve includere le forme binarie o eseguibili del programma e anche il codice sorgente, sia per le versioni modificate che non modificate.

Le conseguenze dell’apertura del codice sorgente

La disponibilità del codice sorgente, in un contesto caratterizzato da un’infrastruttura aperta e distribuita come quella di Internet, porta dei grandi benefici ai software e ai loro utilizzatori.
Innanzitutto, permette che un programma possa essere costantemente migliorato e consegna le sue sorti nelle mani di sviluppatori e utilizzatori, che costituiscono una vera e propria comunità. Il futuro di un programma infatti non dipende solo da un’azienda che ne detiene il controllo completo, ma è il risultato della collaborazione e del confronto tra tutte le parti interessate al suo sviluppo (sviluppatori, utenti, aziende, istituzioni).

Questa apertura garantisce:

— una maggiore durata della vita di un software: anche quando i principali sviluppatori di un programma smettono di aggiornarlo, chiunque sia ancora interessato a garantirne la “sopravvivenza”, può organizzarsi per lanciare un progetto per continuare a tenerlo aggiornato.

— la portabilità di un programma da una macchina ad un’altra: questa caratteristica è di fondamentale importanza, soprattutto oggi che il software è presente in un numero sempre crescente di dispositivi (anche quelli che usiamo quotidianamente!).

— la trasparenza, in quanto il codice di un programma è innanzitutto informazione; per mezzo di esso possiamo conoscere le azioni che compie un programma e come quest’ultimo agisca per ciò che riguarda il trattamento dei dati: il codice di un programma è un documento a tutti gli effetti e la sua disponibilità pubblica è una garanzia di trasparenza nel prevenire intromissioni nella privacy dei cittadini.

Inoltre, il codice aperto permette di correggere più facilmente i bug del sistema rispetto a un software proprietario. La possibilità di sottoporre i programmi ad una verifica di migliaia di utenti, e ad un costante confronto e dialogo tra gli utilizzatori, è una eccellente garanzia sulla loro sicurezza.

Una delle qualità garantite dall’open source è la sicurezza.
(Fonte: Pixabay)

Utenti e programmatori di tutto il mondo hanno la possibilità di testare i programmi in una moltitudine di contesti diversi e ciò fornisce una ulteriore prova di sicurezza: praticamente la qualità dei software viene testata concretamente, inserendoli in contesti di utilizzo reali, più veri ed efficaci dei contesti di laboratorio (in cui generalmente vengono testati i software di tipo proprietario). Un esempio emblematico è il caso di Linux, il sistema operativo che viene rilasciato in due versioni: una stabile e ampiamente testata destinata al pubblico più vasto, ed una sperimentale più instabile, in cui vengono inserite le ultime novità, dedicata agli sviluppatori e a tutti quelli che desiderano fare una prova.

Secondo la filosofia del software libero/open source, non viene considerata solo la visione utilitaristica, secondo la quale è importante ciò che permette di fare un programma, ma anche la dimensione sociale. Questa stessa dimensione sociale del software a codice aperto è anche indice di un rischio che bisogna correre: è difficile sapere fin dall’inizio se un certo progetto andrà in porto, si svilupperà adeguatamente e avrà un buon livello di diffusione. Lo sviluppo di un progetto dipende dalla capacità dei suoi promotori di riuscire a coinvolgere un buon numero di programmatori interessati a collaborare.

La visibilità del codice sorgente dona al software una maggiore flessibilità nell’adattarsi a nuove tecnologie, fattore fondamentale per assicurare stabilità e dinamicità all’interno di un mondo permeato da una tecnologia in continua evoluzione.

Riassumendo…

Gli utenti che preferiscono fare uso di software open source anziché di programmi a pagamento fanno una scelta che comporta indubbiamente una serie di vantaggi, che si possono riassumere in tre aspetti fondamentali

Controllo. Molte persone preferiscono i software open source perché hanno maggior controllo su questa particolare tipologia di programma. Hanno la possibilità di visionare il codice sorgente e, nel caso ne siano in grado, possono valutare se le scelte del programmatore siano delle soluzioni adeguata o meno, avendo quindi la possibilità di esprimere una propria opinione in merito nelle apposite community.

Sicurezza. Maggiore controllo si traduce anche in un maggiore livello di sicurezza. Esaminare il codice sorgente comporta al programmatore di poter verificare, e risolvere, la presenza di qualche bug o vulnerabilità passata inosservata, o la presenza di malware (codice malevolo). Per cui ogni tentativo di utilizzare virus per introdursi nei computer di altri utenti sarebbe inutile, in quanto verrebbe scoperto all’istante.

Stabilità. Un software controllato e sicuro, senza vulnerabilità è, per forza di cose, anche un codice più stabile. Potendo fare affidamento su un’ampia community di sviluppatori, le probabilità che uno di questi si accorga di un errore e che lo corregga prima che possa minare il funzionamento del software open source sono molto ampie.

4. Sostenibilità economica dell’open source

Abbiamo visto come l’esistenza dell’open source sia possibile quasi unicamente grazie alla collaborazione di sviluppatori, programmatori e utenti di qualsiasi tipo, che si mettono in gioco e offrono le proprie conoscenze, in nome del miglioramento e del beneficio della collettività.

Come già detto, per anni il mondo delle imprese è stato scettico nei confronti di quello del software libero. In effetti è difficile pensare che un modello basato sul contributo volontario di soggetti possa portare allo sviluppo di un grande livello qualitativo, né tanto meno ad un qualsiasi tipo di guadagno da parte di un’azienda.

One thing about open source is that even the failures contribute to the next thing that comes up. Unlike a company that could spend a million dollars in two years and fail and there’s nothing really to show for it, if you spend a million dollars on open source, you probably have something amazing that other people can build on.

— Matt Mullenweg

La Open Source Initiative ha avuto proprio il merito di avvicinare questo modello al mondo del business, rivelando la convenienza dell’Open Source in molteplici casi.
In particolare l’adozione di un modello di distribuzione open source sembra essere adatto per le piccole e medie imprese, che detengono quote di mercato non molto alte e che vogliono allargare il loro bacino di utenza. Questa strategia fornisce una possibilità in più a loro, che spesso si trovano in difficoltà a contrastare le risorse economiche, ma anche umane e di competenza, delle grandi compagnie con cui si trovano a competere.
In questi casi, adottare il modello open source per il proprio software permette di trarre numerosi benefici, a partire dal contributo gratuito di bravi programmatori da ogni parte del mondo.

Inoltre, un’azienda che decide di partecipare ad un progetto open source:

— sa che può rivolgersi in ogni momento a terzi nel caso in cui l’impresa con cui aveva stipulato il contratto dovesse fallire; si evitano gli altissimi costi necessari per passare ad un altro software, legati alla necessita di cambiare le procedure organizzative dell’azienda e alla formazione dei dipendenti, abituati ad utilizzare da anni uno strumento diverso.

— ha la possibilità di adattare lo stesso software a nuove piattaforme hardware, cosa che consente di fare aggiornamenti senza cambiare gli strumenti in uso.

— dispone di una comunità di sviluppatori volontari che testano costantemente il programma, lo ripuliscono da eventuali errori, creano nuove funzionalità e lo tengono aggiornato.

I modelli economici

È anche necessario capire come un’azienda di software possa riuscire a trarre profitto dai clienti raggiunti. L’ Open Source Initiative propone quattro modelli per “fare soldi” con l’Open Source: “Support Sellers”, “Loss Leader”, “Widget Frosting” e “Accessorizing”.

— Con il modello chiamato “Support Sellers” (conosciuto anche come “Give Away the Recipe, Open A Restaurant“) si cede gratuitamente, ed in modo efficace, il prodotto software, ma si vende “supporto” agli utenti. Quest’ultimo tipicamente consiste in: supporto generico per l’installazione e la manutenzione, consulenza, formazione dei dipendenti, customizzazione del software e vendita di documentazione in formato cartaceo. Per fare si che questo tipo di modello abbia i suoi frutti, è di fondamentale importanza la capacità dell’azienda di imporre il proprio nome, servendosi di mirate strategie di marketing. La competizione tra le aziende che adottano questa strategia si basa quasi sempre sull’affidabilità del servizio offerto e sul prezzo basso. È, ad esempio, il caso di Red Hat, che ha offerto la distribuzione di programmi studiati per essere più semplici da utilizzare per il cliente.

— La “Loss Leader” definisce una strategia di prezzo dove il prodotto è venduto sottocosto o addirittura distribuito gratuitamente, per cui non è volta tanto al profitto quanto ad attrarre i clienti e stimolare la vendita di altro, con l’obbiettivo quindi di portare a comprare un altro prodotto della stessa compagnia. È una strategia comune tra le aziende nuove sul mercato e nel mondo del business, che desiderano costruirsi una reputazione e rafforzare la fedeltà al proprio brand (brand loyality). In termini di software, una “Loss Leader” (rilasciato sotto licenza open source) è distribuito come posizionatore di mercato. Il valore non è generato dal prodotto in sé, ma dalla vendita di servizi addizionali: essi sono basati sulla versione open source, ma anche dotati di molte più funzionalità. Quindi, il software è usato per portare il cliente alla compagnia, così che inizi a comprare i prodotti o i servizi aggiuntivi offerti. La viabilità di questo modello è stata testata per la prima volta da Netscape.

— Il modello chiamato “Widget Frosting”, invece, è tipicamente utilizzato da compagnie che vendono hardware. Il software è considerato un accessorio, che comporta più costi che profitto, e viene rilasciato in versione aperta per aumentare le possibilità di allargare la fascia d’utenza dei dispositivi che lo utilizzano. La società hardware diventa quindi open source, in particolare al fine di ottenere driver e strumenti di interfaccia a minor costo.

— Con il termine “Accessorizing” si indica il modello utilizzato da aziende non direttamente coinvolte nella vendita di software o servizi su di esso, ma che si occupano di vendita di materiale legato al software, come libri, t-shirt e documentazione cartacea. Queste aziende sono interessate espansione del fenomeno per poter guadagnare sulla vendita di accessori. O’Reilly seguiva questo modello di business.

L’open source si avvicina al mondo del business.
(Fonte: Pixabay)

Frank Hecker di Netscape propone altri modelli e li discute dettagliatamente nel suo documento Setting Up Shop.

— “Service Enabler”: in questo caso il programma che viene rilasciato sotto licenza libera serve come supporto ad un servizio web, attraverso il quale l’azienda guadagna tramite pubblicità o quote di registrazione al servizio.

— “Sell it, Free It”: è un modello composto da due fasi: all’inizio l’azienda distribuisce il software in forma proprietaria e poi lo “rende libero” nella seconda fase (quando i benefici di questa scelta superano i guadagni derivanti dalla vendita delle licenze).

— “Brand Licensing”: un’azienda rende open source il suo software ma detiene i diritti sul nome del prodotto e sui marchi registrati. Quindi, chiunque voglia creare versioni derivate del software usando questi brand deve pagare i diritti all’azienda che ne è in possesso.

— “Software Franchising”: è un modello che si ispira a quello di “Brand Licensing”. Il software è distribuito in forma libera, ma l’azienda guadagna autorizzando altri sviluppatori, che pagano per creare aziende di consulenza e supporto sul software utilizzando il suo nome.

5. Conclusioni

Dopo aver fatto questo viaggio all’interno del mondo dell’Open Source, speriamo sia più chiaro quale sia il nostro spirito e l’idea che sta alla base dello sviluppo di Openography. Ciò a cui ci riferiamo è la collaborazione, la condivisione, l’unione di idee che comportano la creazione di versioni sempre migliorate.

Abbiamo constatato come i software a codice aperto avessero già visto la luce agli albori della scienza informatica e di come, nonostante l’entrata in scena dei software proprietari, nessuno abbia mai smesso di crederci e di portare avanti questa idea.

Open source è collaborazione.
(Fonte: Pixabay)

L’open source diviene una vera e propria scelta di campo in favore della libertà di circolazione e dello scambio di idee, che permette di applicare anche significativi miglioramenti. Tutto ciò consente una crescita che coinvolge tutta l’utenza e che non sia legata alla disponibilità economica.

La libertà del codice sorgente, e i tantissimi vantaggi che essa comporta, non riguarda solo il mondo delle imprese, ma si applica ai più svariati ambiti della conoscenza. Non si tratta sempre di uno specifico settore o argomento, ma di software che possono essere di grande utilità per poter gestire il proprio lavoro, navigare in rete, impostare data-base, elaborare immagini, ecc. Ecco perché anche nel nostro blog c’è spazio per l’open source! Esistono una moltitudine di software a codice libero che riguardano l’ambito fotografico: programmi che servono per l’editing, piuttosto che per la condivisione, lo scatto o anche l’archiviazione di una foto.

La cosa incredibile è che tutte queste potenzialità sono rese possibili dalla generosità e dall’impegno di così tante persone in tutto il mondo, che portano avanti questa causa dando anche solo un piccolo contributo, che però ha effetti benefici per tutti.

In open source, we feel strongly that to really do something well, you have to get a lot of people involved.

— Linus Torvalds

L’open source è l’esempio di come una serie di piccoli passi porti molto lontano, permettendo di costruire qualcosa di davvero importante!

RIFERIMENTI

GNU: sito ufficiale

Paso’s BloG: storia ed origini dell’open source software

Tecnoteca: Il software libero Open Source. Una dimensione sociale.

Fastweb: Che cos’è l’open source, a cosa serve e come funziona

Free Software Foundation: sito ufficiale

Open Source Initiative: sito ufficiale

Linux: sito ufficiale

Emerging Free and Open Source Software Practices, a cura di Sowe, Sulayman K. (2007)

Open Sources. Voci dalla rivoluzione Open Source, a cura di C. DiBona, S. Ockman, M. Stone (1999)